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05/07/2014, 10:12



VADE-RETRO-CUPINORO
VADE-RETRO-CUPINORO


 Fiaccolata per Cupinoro



Nella storia di una comunità ci sono dei momenti in cui il senso di appartenenza, smarritosi nel corso dello scorrere piano della vita, improvvisamente viene riacciuffato. Accade quando la calamità che si abbatte sul paese può essere esiziale per il suo stesso esistere. Quel giorno, quell’ora, in cui per tutti diviene improcrastinabile il dovere di dire il grande Sì o il grande No, in cui si ha il dovere di ritrovarsi, tutti in uno.

Nella mia vita, di esperienze simili, ne ho vissuta solamente una, quella dell’indimenticabile inverno del Cinquantasei. Gelido inverno, che ammutolì Cerveteri. A partire dal due febbraio, dopo un gennaio insolitamente mite, un tempo da lupi francescani investì l’Etruria, protraendosi fino alla fine di marzo.

Il paese “adagiato nel suo camice di neve” nell’immediato rimase in attesa, immobile, come accecato da tanto biancore. Poi, col passare dell’intontimento, si fece largo la consapevolezza del dramma che si stava consumando. Nel paese, isolato, cominciarono a scarseggiare generi di prima necessità, il farmacista respingeva più ricette di quelle che riusciva a soddisfare, i contadini compresero che tutte le colture erano irrimediabilmente compromesse.

La comunità cervetrana, così  duramente colpita, seppe reagire, ritrovandosi. Per giorni e giorni la piazza fu teatro di manifestazioni, di interminabili discussioni, nonostante i sampietrini ghiacciati e sdrucciolevoli spingessero il freddo, attraverso scarponi chiodati e pedalini di lana, su fino alle viscere, fino a gelare labbra ed orecchie.

Un sindaco, senza fascia retorica ed inutile, ma cittadino tra i cittadini, lasciò che disperati contadini, compartecipi commercianti, giovanotti disoccupati, mogli e madri disperate, divenissero classe dirigente, prendessero in mano il loro futuro. L’aula consigliare, posta al secondo piano del palazzo dell’odierna farmacia, divenne per giorni e giorni l’agorà, il luogo delle adunate.

Il termine adunare deriva dal latino unus, cioè uno: quando tanti diventano uno, popolo appunto.

Le autorità religiose, il Monsignore romagnolo, ma soprattutto Eugene Tisserant tuonarono ai Potenti con l’autorità di chi deve aiutare il suo gregge “affamato”. Riuscirono, assieme alla “società civile”, ad ottenere contributi statali per risarcire almeno in parte i danni procurati dal perenne gelo, “convinsero” il Consorzio agrario a rimandare le cambiali in scadenza, a far si che i commercianti locali aumentassero il credito, “segnando” sul libretto, a cartoncino nero, pagina dopo pagina. Dal dramma “risorse” una comunità.

E’ vero: la classe politica allora era altra cosa, i preti erano allungati da tonache nere e non apparivano come modelli di Cristobal Balenciaga, il Cardinale era di Lione e non di Monte Lione. I medici sguazzavano in mezzo ala gente come lattarini nel lago Sabatino, erano “condotti” dal giuramento e dalla passione, non dalla ricerca di prebende politiche. I Nobili erano nobili d’animo e non vagamente ripristinatori di illusori Principati di Monaco.

Nonostante questo è mia convinzione che di fronte al dramma della discarica di  Cupinoro la nostra comunità riuscirà a ritrovare se stessa, riuscirà ad essere uno in tutti. Sono convinto che i Rioni di Cerveteri, tutte le Associazioni dai Massari di sant’Antonio, ai Cavalieri etruschi, alle associazioni di categoria, a chi ha ancora a cuore la difesa del territorio e della pubblica salute, scenderanno per le strade del paese. Sono certo che tutte le testate locali saranno presenti o comunque  contribuiranno, così come sempre avvenuto, ad essere a fianco di chi difende l’ambiente.

Sono convinto che anche le autorità politiche, nonostante tutto, faranno parte della fiaccolata. Sono arcisicuro che il sindaco, mi auguro senza fascia da uovo di Pasqua, sarà cittadino tra i cittadini. Magari attorniato dalla sua centuria di delegati, ma anche lui sfilerà con la sua torcia in mano, sfidando la scirella che si incunea per le strade di un paese mezzo abbandonato.

Qualora, Dio non voglia, questo non accadesse, i nostri figli, i nostri nipoti non ci perdoneranno mai. Non ci perdonerebbero mai di aver avallato, spesso semplicemente col silenzio, progetti di ordinaria speculazione come la esponenziale crescita della discarica degli orrori.

Non ci perdonerebbero mai di essere stati timorosi, timidi, qualche volta ricattabili.

Peggio di essere stati complici di inganni plaudendo alle menzogne dei baroni della discarica come se fossero soluzioni. Di aver guardato il dito e non la luna. I nostri figli non ci perdonerebbero mai perché consapevoli che noi avevamo il dovere di sapere cosa avveniva a Cupinoro e quindi il dovere di impedire l’Apocalisse.

Sapendo di essere accusato di retorica cito l’ Enrico V nel discorso della battaglia di san Crispino: "Noi manipolo di fratelli: poiché oggi chi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini oggi a letto si sentiranno maledetti  per non essersi trovati oggi qui”.

Coraggio concittadini, adunata!

Angelo Alfani     



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